Italo Svevo
Ettore Schmitz nasce nel 1861 a Trieste da una famiglia di commercianti ebrei. La sua vita è sintetizzata nel binomio affari e letteratura. La sua formazione avviene in un collegio tedesco e in un Istituto superiore del Commercio di Triere; in seguito al fallimento del padre lavora da impiegato presso la Banca Union. Sposata la cugina, dirige la ditta di vernici del suocero. Ebbe così una diretta esperienza del “grigio” mondo impiegatizio piccolo-borghese e di quello medio-alto-borghese dell’industria e del commercio in proprio.
Opere
le opere letterarie di Svevo hanno una forte componente autobiografica: parlano infatti di impiegati, di uomini d’affari e problemi relativi a quel mondo. Svevo ama e coltiva l aletteratura sin da giovane quando collabora al quotidiano “L’indipendente” e ocnteporaneamente scrive commedie e racconti che pubblica sotto uno pseudonimo.
Il primo romanzo da lui scritto si intitola “Una vita”, il secondo “Senilità”, ma Svevo desiste, pubblicamente, dall’attività letteraria per più di venti anni, ciò nonostante in questo periodo continua a scrivere:
* diario,
* fiabe,
* riflessioni,
* saggi,
* racconti,
* commedie
Durante la diminuzione dell’attività commerciale tra la guerra e il dopoguerra, scrive anche l’ultimo romanzo, “La coscienza di Zeno” (1923).
Svevo e Schmitz
il rapporto tra la letteratura e gli affari rischia di risolversi in un'antitesi, in un'intima scissione. Svevo aderisce per qualche tempo al socialismo utopico.
La pratica letteraria, specie se non gratificata dal successo, appare sconveniente nell’ambiente che egli frequenta: si ha così una incomprensione dell’opera di Svevo da parte dei circoli italiani della Trieste anteguerra: ”libri privi di slanci patriottici”. IL proposito di smettere di scrivere è simile a quello che Svevo e il suo personaggio Zeno formulano a proposito del fumo, inoltre “il commercio con la letteratura finisce per equivalere ad un’avventura extraconiugale, a ciò che per Zeno Cosini, sarà il rapporto con Carla”. Per Schmitz la letteratura è accettabile solo in quanto socialmente riconosciuta e gratificata dal successo e come esercizio privato mette a repentaglio il sistema di certezze su cui Schmitz vuole costruire la propria vita. Svevo muore nel 1928 in un incidente. Lo Svevo romanziere non saprebbe scrivere altro che romanzi, si risolve nei suoi romanzi; la capacità di scrutare l’uomo nel suo interno ed esterno.
Lo Svevo narratore sviluppa temi affini a quelli dei romanzi: l’amore, la vita impiegatizia, gli affari, il mondo piccolo-borgese, letterato di scarso succeso, vita triestina, sogni, vita interiore, malattia, inettitudine, senilità.
I primi romanzi
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Una Vita: Nel 1892 esordisce con “Una vita” che risente del romanzo naturalistico e veristico (struttura narrativa, ruolo dell’ambiente, la diagnosi della vita di un uomo). Racconta la grigia vita di Alfonso Nitti, un modesto impiegato che cerca di uscire dalla mediocrità grazie alla pratica della letteratura e del corteggiamento della figlia del principale; ma dopo averla sedotta non sa approfittare dell’occasione e tradurre il momentaneo successo in un matrimonio vantaggioso e riprecipita nella mediocrità. Prima che schiacciato dagli ingranaggi nella società spietata, Alfonso si schiaccia da solo, è vittima di sé stesso e delle sue tortuosità psicologiche. È incapace di approfittare dell’occasione e rinuncia ad un evento che vuole e non vuole al tempo stesso:
Cioè che fa di Alfonso un inetto più che un vinto è questa dissociazione.
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Senilità: (1898) riprende e approfondisce il motivo dell’inettitudine; si scosta dai moduli del romanzo naturalistico, ma non abbandona la struttura del racconto a narratore esterno. -qui Svevo fa un'analisi psicologica: a Svevo interessa solo esplorare l’interno della coscienza: Emilio Brentoni è un letterato mediocre che non ha raggiunto il successo e cerca in un’avventura amorosa una sorta di riscatto alla sua mediocrità. Il suo modello è un pittore mediocre, ma fortunato e spregiudicato in amore. All’elemento psicologico di Balli (capace di tuffarsi nel flusso della vita senza ripensamenti), Emilio oppone una tortuosità molto più intricata di quella di Alfonso. Il suo stato è un perenne ondeggiare tra opposti sentimenti, propositi ed azioni; è una condizione di perenne dissociazione e lacerazione interiore dell’inconscio). Vi è qui un'analisi degli autoinganni della coscienza in precario equilibrio tra opposti inconciliabili fra loro: attaccamento alla propria tranquilla inettitudine, senilità (inerzia, rinuncia, rassegnazione) dall’altro pericoloso insorgere della passione che non sa controllare. Vorrebbe una pienezza dei sentimenti (gioventù), ma sentendosi inetto se ne difende cercando un surrogato (avventura sentimentale) e mediante gli autoinganni, le autocensure e gli esorcismi. Con Svevo vediamo avviato quel processo di dissociazione del personaggio psicologicamente unitario tipica del romanzo ottocentesco, tale dissociazione è sintomo dell’avvento di una nuova cultura, novecentesca.
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La coscienza di Zeno: l’indagine dell’animo trova una forma novecentesca.
Il narratore è interno: il narratore e il protagonista sono Zeno Cosini che, ormai vecchio, (senilità condizione reale, non solo psicologica), scrive le proprie memorie indotto dallo psicanalista che a sua volta le pubblica quando Zeno interrompe la cura. Scrive procedendo per grandi temi (fumo, morte de padre, etc…) e continua la dialettica dei punti di vista con temi ed istanze narrative, esplicita ed implicita, tra Zeno (narrante) e psicoanalista (destinatario), tra Zeno vecchio (io-narrante) e Zeno giovane (io-narrato). Tali temi sono funzionali per mettere in scena la dissoluzione del personaggio unitario ottocentesco: Zeno si frantuma in un'identità perennemente a confronto. C'è una dissoluzione del tempo lineare e consequenzialità logica degli eventi, oltre che una dissociazione delle funzioni narrative che rappresenta con immediatezza la dissociazione dell’uomo. Si assiste ad un sovvertimento a cui la narrativa novecentesca puntava come obiettivo implicito che qui trova una realizzazione strutturale.
Zeno giovane è un personaggio contradditorio e mutevole, che mette in atto autoinganni della coscienza, ma noi lo vediamo agire attraverso gli occhi di Zeno vecchio che ricorda, deforma, commenta, discute e mette in dubbio. Anche Zeno narratore è in evoluzione: Zeno non è la controfigura di Svevo, nonostante le allusioni autobiografiche.
Salute e malattia in zeno: Augusta, la donna che Svevo sposa per ripiego dopo aver corteggiato le sorelle, rappresenta la salute e la normalità borghese. Zeno è malato, di una mallatia psicologica, esemplarmente descritta nell’episodio del fumo. L'inettitudine ora si dissocia alla tragicità: è come colui che non coglie il bersaglio prefissato, ma fa centro in quello accanto. La conclusione e la morale cui giunge nella pagina conclusiva è che la malattia di Zeno in fondo non è una condizione eccezionale o anormale, ma una condizione comune e inalienabile dell’uomo.
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