Afro Publio Terenzio
Vita.
Pupillo degli Scipioni. Sulla vita di T. abbiamo una biografia risalente a Svetonio: a questa attinse Donato, che la premise al suo commento delle commedie del nostro autore. Notizie biografiche, poi, si possono ricavare anche dai prologhi delle commedie stesse.
La sua vita si inserisce praticamente nel periodo di tempo compreso tra la fine della II guerra punica (201 a.C.) e l'inizio della III (149 a.C.) e si lega strettamente con la vicenda politica e culturale romana di quegli anni.
T. giunse a Roma come schiavo del senatore T. Lucano, dal quale fu affrancato "ob ingenium et formam" ("per ingegno e bellezza"); divenne intimo di Scipione Emiliano e di Gaio Lelio, entrando quindi a far parte dell’entourage scipionico, del cui ideale di "humanitas" egli si fa portavoce.
Maldicenze sulla vera paternità delle commedie. Questa sua posizione di prestigio suscitò però l’invidia dei suoi contemporanei, soprattutto degli altri letterati. Sul conto di T., sorsero così calunnie e pettegolezzi: lo si accusava di plagio e di essere addirittura un prestanome dei suoi importanti protettori, i veri effettivi autori delle sue commedie (era, infatti, considerato disdicevole per un "civis Romanus", impegnato politicamente, dedicare il proprio tempo alla composizione di commedie; le uniche attività che erano lui concesse coltivare erano l’oratoria o la storiografia) [per la questione sull'autenticità, vd. oltre]. Da questa accusa, come vedremo, T. si difende nel prologo della sua ultima commedia, l’"Adelphoe".
Amarezza per l'insuccesso, viaggio in Grecia, morte. Amareggiato dal complessivo insuccesso della sua produzione [per cui, vd. oltre], ma anche evidentemente per diletto e soprattutto per studiare in loco istituzioni e costumi greci da ritrarre nelle sue opere, T. lasciò Roma nel 160 a.C. e volle fare un viaggio in Grecia e in Asia Minore, da cui però non fece più ritorno. Morì qualche anno più tardi, o a causa di una malattia, o a causa di un naufragio, oppure per il dolore procuratogli dalla perdita dei bagagli che contenevano molte commedie che aveva tradotto da originali menandrei reperiti in Grecia.
Opere
Di T. ci sono pervenute, integralmente, 6 commedie palliate (cioè d'ambientazione greca), composte e rappresentate a Roma, di cui si conoscono, tramite le "didascalie", l'anno e l'occasione del primo allestimento.
T. esordì nel 166 a.C. con una commedia, l’ "Andria" ("La ragazza dell’isola di Andro"). Nel 165, fece rappresentare una seconda commedia, l’ "Hecyra" ("La suocera"): il pubblico, dopo le prime scene, abbandonò il teatro, preferendo assistere ad una contemporanea manifestazione di pugili e funamboli; fu un fiasco clamoroso. Nel 163, fece rappresentare l’ "Heautontimorumenos" ("Il punitore di se stesso"). Nel 169 furono, invece, rappresentate ben 2 commedie: l’ "Eunuchus" ("L'eunuco") e il "Phormio" ("Formione"). L’ "Eunucus" fu il più grande successo di T., perché è la sua commedia più simile alla comicità plautina. Nel 160, infine, durante i giochi funebri per celebrare la morte di Lucio Emilio Paolo, padre di Scipione Emiliano, T. fece rappresentare la sua ultima commedia, l’ "Adelphoe" ("I fratelli"); nella stessa occasione tentò una seconda rappresentazione dell’ "Hecyra", ma anche questa volta il pubblico abbandonò il teatro, preferendo i gladiatori. Una terza rappresentazione avvenne durante i "Ludi Romani" dello stesso anno e, finalmente, durò dall’inizio alla fine: il pubblico rimase in teatro grazie alla presenza di Ambivio Turpione, attore molto celebre di quel tempo.
Le commedie: contenuti, strutture, considerazioni e modelli.
Andria. Trama. Una tormentata storia d'amore è l'elemento che determina il contrasto tra Simione e il figlio Pànfilo e muove l'intera vicenda: il padre, venuto a sapere che il figlio ama, ricambiato, una ragazza dell'isola di Andro, Glicerio, sorella di una cortigiana, si oppone alle nozze e si accorda con l'amico e vicino Cremète per far sposare al giovane una figlia di questi, Filùmena. La situazione viene risolta grazie all'intervento di Davo, servo di Pànfilo, e la scoperta che Glicerio in realtà è una figlia proprio di Cremète rapita in tenera età. La vicenda si conclude con un doppio matrimonio: Pànfilo sposa la sua amata Glicerio e il suo amico Carino sposa Filùmena.
Considerazioni e modelli. Tema di fondo della commedia è il conflitto generazionale e caratteriale tra padre e figlio, che coinvolge complessi e profondi valori umani: ben delineati, a tal proposito, sono i caratteri, soprattutto quelli dei giovani, che rispecchiano - persino nella vita facile e leggera - quell'ideale di moralità e di compostezza tipici del teatro terenziano. Ma questo tema serio si mescola a (pallidi) elementi più tradizionali, tesi a rendere più vivo e interessante l'intreccio: l'amore contrastato, l' "agnizione" (= riconoscimento) finale, il servo "callidus". Deriva dalla "contaminatio" [per il qual termine, vd. oltre] di due commedie di Menandro: "Andria" e "Perinthia".
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