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Maya - La civiltà

Appunto dettagliato sulla civiltà Maya

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Inviato daMika
Inviata il 25-09-2006
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Una controversia interessante è sorta intorno ad un frammento di scheletro trovato nel sud della zona dei Maya, a Esmeraldas nell'Ecuador (conservato oggi nella Collezione del Museum of the American Indian a New York City). Questo, descritto per la prima volta da Marshall H. Saville nel 1913, rappresenta una parte di una mascella con tutti i denti posteriori fatta eccezione per i terzi molari. I due incisivi contengono rotondi intarsi d'oro sulle loro superfici labiali. È abbastanza evidente che questi due incisivi furono pressati nei loro alveoli dentari fratturando il processo alveolare. Uno degli incisivi fu limato nella superficie mediale della corona per renderlo adatto allo spazio disponibile. Molti specialisti, specialmente Bernhard Weinberger, uno dei grandi storici dentisti d'America, sono dell'opinione che questo sia un chiaro esempio di trapianto di denti da un individuo ad un altro. Ma Samuel Fastlicht di Mexico City, senza dubbio la più grande autorità mondiale nel campo della odontoiatria precolombiana, contraddice questa ipotesi per un motivo ovvio: non vi è alcuna rigenerazione ossea nelle linee di frattura. Perciò il trapianto fu fatto sicuramente post-mortem, forse preparando il corpo per il seppellimento seguendo delle credenze religiose simili a quelle degli antichi Egizi.
Vi è però una chiara testimonianza che i Maya praticavano l'impianto di materiale alloplastico (non organico) in persone viventi; infatti scavando alla Playa de los Muertos nella Ulúa Valley dell'Honduras nel 1931. Wilson Popenoe e sua moglie trovarono un frammento di mandibola di origine Maya, databile attorno al 600 d.C.. Questo frammento ora al Peadoby Museum of Archaelogy and Etnhology della Harvard University, è stato studiato da Amadeo Bobbio di S. Paulo, Brazil, una autorità mondiale negli impianti. Egli osservò tre pezzi di conchiglia a forma di dente che erano stati posti negli alveoli di tre denti incisivi inferiori mancanti; contrariamente ad una precedente opinione secondo cui essi erano stati inseriti dopo la morte, Bobbio dimostrò con i raggi X, nel 1970, una formazione compatta di osso attorno a due degli impianti, reperto osseo radiograficamente simile a quello che circonderebbe un impianto endoosseo di oggi. Di conseguenza il frammento rappresenta i più antichi impianti alloplastici endoossei sinora scoperti.
I membri delle classi più elevate portavano intarsi in giada, ossidiana o conchiglie negli incisivi: pratica dolorosissima, adottata su denti sani dal momento che non si tratta di protesi o di otturazioni di carie. I sovrani si facevano rimodellare il naso con stucco o deformazioni delle narici per assomigliare a Chac, il dio della pioggia del naso lungo; il viso del re veniva inoltre sottoposto a scarificazione, con profonde incisioni sulla cute. Per sopportare il dolore questi personaggi masticavano fogli di coca o bevevano la cioccolata, che è l'equivalente della grappa dei nostri giorni.

La scrittura
I Maya elaborarono un metodo di scrittura geroglifica e registrarono la storia, la mitologia e i riti in iscrizioni scolpite e dipinte su lastre di pietra o colonne, architravi, scalinate, o altri monumenti. Venivano inoltre scritti libri di carta ripiegata ottenuta dalle fibre di agave, contenenti informazioni di agricoltura, clima, medicina, caccia e astronomia. Nel 1549, sette anni dopo la parziale conquista degli Indios Maya dello Yucatàn, padre Diego de Landa arriva a Mérida, capitale dei territori. Si sforza con tutti i mezzi di estirpare le costumanze e le credenze del popolo che lo circonda, per convertirlo al Cattolicesimo. A tale scopo egli giunge a servirsi di un procedimento che ritiene efficacissimo: un gigantesco auto-da-fè, in cui vengono bruciati tutti i libri indigeni. La storia, la cultura, la tradizione di un popolo vengono in tal modo distrutte. Questo gesto inconsulto, irreparabile, sarà nonostante tutto minimizzato dal suo autore, che del resto non ne coglie la gravità. Nel 1566 padre de Landa redige la Relacion de las Cosas de Yucatàn. Egli riproduce nella sua opera certi glifi calendari e segni ancora in uso nello Yucatàn al tempo del suo ministero. Li ha visti disegnati nei libri "blasfemi" che ha fatto bruciare e ce ne fornisce la trascrizione. L'opera di distruzione di padre de Landa è stata purtroppo eseguita alla perfezione. Restano soltanto tre codici maya, tutti e tre scoperti in Europa, dove con tutta probabilità erano stati spediti da monaci o soldati al momento della conquista. Si tratta del Codex Dresdensis, del Codex Tro-Cortesianus e del Codex Peresianus. I codici consistono in lunghe strisce di corteccia di ficus, battute, impregnate di resina, poi ricoperte di un leggero strato di calce spenta sul quale sono dipinti glifi, cifre, immagini di dei e di animali, sempre con gli stessi colori: nero, giallo, verde, azzurro e rosso. Le strisce sono larghe circa venticinque centimetri , ma lunghe parecchi metri; esse venivano scritte prima su una e poi sull'altra faccia ed erano poi ripiegate a fisarmonica. Il Codex Dresdensis, il più prezioso, misura metri 3,50 di lunghezza e possiede 78 pagine. Appartiene alla biblioteca di Dresda dal 1739. Si tratta soprattutto di un trattato di astronomia, ma contiene anche numerosi oroscopi e alcune indicazioni sui riti. Proprio grazie a questo codice, E. Fostermann è riuscito a decifrare la struttura interna del calendario maya e del conto lungo. Il Codex Tro-Cortesianus è il più lungo (m 7,15). Conta centododici pagine e si trova alla Biblioteca Nazionale di Madrid. E' in sostanza un libro di divinazione, una sorta di promemoria usato dai sacerdoti indovini. Il Codex Peresianus è incompleto e in pessimo stato (m.1,45 di lunghezza).Possiede ventidue pagine. Tratta degli dèi dei katun e delle cerimonie relative alla successione di undici di tali katun. Appartiene alla Biblioteca Nazionale di Parigi. I glifi di questi codici sono identici a certi glifi che figurano sui monumenti del Petén e delle regioni adiacenti, nonché a quelli dell'opera di padre Diego de Landa. Grazie ad essi, si è potuta stabilire la stretta parentela culturale esistente tra i Maya delle terre del sud e i Maya dello Yucatàn. Il Popol Vuh, ovvero "Libro del Consiglio", scritto in lingua maya con caratteri latini nel XVI secolo, ci fornisce informazioni sulla religione, la mitologia, l'emigrazione, la storia dei Maya Quiché, i cui discendenti vivono tuttora sugli altipiani del Guatemala. E' un libro d'importanza capitale. Ma sono stati i Libri di Chilam Balam, resoconti in lingua maya scritti in caratteri latini nei secoli posteriori alla conquista spagnola, che ci hanno permesso di avere un primo ragguaglio storico dei Maya dello Yucatàn. Il loro contenuto è spesso oltremodo simbolico e contraddittorio. Ciononostante, lo studio dei monumenti e gli scavi archeologici eseguiti nelle città maya dello Yucatàn hanno confermato, o chiarito, numerosi passi di questi preziosi libri indios. Per lungo tempo la scrittura Maya, di antica origine, fu considerata un invenzione dello stesso popolo Maya, ma in realtà, dopo gli ultimi studi, è divenuto sempre più evidente che furono gli Olmechi, i vicini settentrionali dei Maya, a lasciare a questi in eredità la glifografia. Gli antichi stili di scrittura Maya erano due: uno monumentale e uno caratterizzato da glifi scritti a mano su carta di corteccia e pelle di daino. Entrambi gli stili, i segni di carattere ideografico, fonetico o misto, hanno presentato per lungo tempo una certa difficoltà di interpretazione.
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