Si può dire dunque che con la cultura villanoviana nel IX secolo a.C. ebbe inizio la storia etrusca. Il periodo è quello stesso al quale con significativa coincidenza riconduce la “memoria storica” che gli stessi Etruschi ebbero della propria vicenda. A questa, infatti, veniva assegnata una durata di dieci secoli, non tutti della stessa lunghezza ma scanditi dall’apparizione di prodigi e di fenomeni celesti, con l’ultimo secolo che sarebbe cominciato, secondo gli Aruspici del tempo, nell’età di Augusto. Sempre al IX secolo è possibile far risalire, sia pure indirettamente, le testimonianze relative alla lingua. Le più antiche iscrizioni etrusche conosciute sono databili agli inizi del VII secolo a.C., ma si deve pensare ad un periodo più o meno lungo durante il quale la lingua fu parlata senza essere scritta, fino al momento dell’introduzione della scrittura resa possibile dall’adozione dell’alfabeto trasmesso agli Etruschi dai coloni greci di Ischia e di Cuma. Dato poi che nelle prime iscrizioni conosciute i segni alfabetici greci appaiono già pienamente adattati alle esigenze fonetiche dell’etrusco, evidentemente a seguito di un processo di definizione e di consolidamento protrattosi per qualche tempo, di può arguire che l’introduzione della scrittura in Etruria deve essere avvenuta non molto dopo la metà dell’VIII secolo a.C. Di conseguenza, il periodo in cui la lingua fu parlata senza essere scritta può facilmente risalire al secolo precedente.
Sulla base della documentazione archeologica (peraltro quasi esclusivamente proveniente dalle necropoli), i villaggi “villanoviani” appaiono organizzati con caratteri di stabilità e in forme di società indifferenziate, con un’economia di sussistenza fondata sull’utilizzazione in comune delle risorse agricole e dell’allevamento e su modeste attività artigianali di tipo domestico. Agli inizi dell’VIII secolo, soprattutto nei villaggi della fascia costiera, questa struttura egualitaria cominciò a modificarsi per iniziativa di singoli individui volti a sfruttare risorse e attività a proprio vantaggio, accumulando le ricchezze da esse derivanti. Di particolare rilievo furono l’occupazione del suolo e la gestione degli scambi commerciali, specialmente per mare, i quali ultimi, con l’importazione di merci di lusso, di costumi e di tecnologie avanzate, contribuirono ad aumentare le differenziazioni. Nel corpo sociale cominciarono allora ad emergere e ad affermarsi gruppi elitari che, disponendo di mezzi sempre più cospicui finirono col trasformarsi in ceto dominante, diventando protagonisti dell’incontro con i Greci. Da questo derivò una vera e propria accelerazione dei processi di sviluppo e di stratificazione sociale già in atto, che portò alla nascita delle aristocrazie e dell’affermarsi della civiltà urbana.
La nascita delle città
Nelle vicende di trasformazione e di evoluzione proprie dell’VIII secolo a.C. i centri più vivaci rimasero quelli della fascia meridionale costiera: prima di tutti Veio, Tarquinia e Vulci, poi anche Cere e Vetulonia. Lo sviluppo di tali centri si accompagnò al progresso e all’organizzazione delle loro attività marinare, già praticate in maniera disorganica e occasionale. Tali attività furono almeno in parte in diretto antagonismo con quelle dei Greci, ma la rivalità greco-etrusca sul mare non impedì il proseguimento dei proficui contatti e soprattutto il perdurare e l’intensificarsi dell’influsso della cultura greca su quella etrusca.
In questo ambito, a cominciare dall’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C. e per tutto il secolo successivo, si diffuse in Etruria la civiltà “orientalizzante” che determinò un generale cambiamento del gusto e del costume. Ma conseguenza degli apporti e delle influenze che al seguito dei commerci, e con gli oggetti importati, provenivano dalle regioni del vicino oriente furono anche le novità tecnologiche come il tornio del vasaio e le tecniche per la lavorazione dell’oro e dell’avorio, l’introduzione della coltivazione della vite e dell’ulivo, la diffusione della scrittura, l’adozione di nuove forme di organizzazione militare, l’introduzione di nuovi tipi di unità abitative e residenziali.
In un clima diffuso di ricchezza e di lusso, protagonisti della storia di questo periodo, fin dai primi decenni del VII secolo, furono le grandi famiglie dei “principi” (come li chiamano le fonti letterarie romane).
Le novità portarono tuttavia anche nuove esigenze per soddisfare le quali non restava che passare alle forme proprie dell’organizzazione urbana proposte anch’esse dai modelli provenienti dal mondo greco. Così, nella seconda metà del VII secolo a.C., nei luoghi dove si era concentrata la vita in comune, gli antichi agglomerati di villaggi andarono trasformandosi in vere e proprie città. Si trattò prima di tutto di Cere (in etrusco, probabilmente Caisri o Chisra o Chaire, donde il latino Caere, l’odierna Cerveteri); quindi di Veio (in latino Veii) e di Tarquinia (in etrusco Tàrchuna), che già erano stati centri di prima grandezza nel periodo villanoviano; poi di Vulci (in etrusco Velch) e Vetulonia (in etrusco Vetluna). Quindi il fenomeno si estese alle regioni dell’Etruria centrale interna e infine in quella settentrionale. Variamente favorite dalla loro posizione, si affermarono così Populonia (in etrusco Pupluna) che, direttamente sul mare, controllava l’isola d’Elba ricca di ferro, Roselle (in latino Rusellae) presso Grosseto, che sfruttava la via naturale di comunicazione rappresentata dalla valle dell’Ombrone; Volsini (in etrusco Velzna) sulla rupe orvietana, a dominio della confluenza del Paglia nel Tevere; Volterra (in etrusco Velathri) che controllava la Val di Cecina fino al mare; Fiesole (in latino Faesulae) protesa verso i valichi appenninici per la Pianura Padana. Praticamente, era l’intera Etruria che si avviava verso un periodo di splendida fioritura.
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