Alcuni dei prigionieri focesi furono portati a Cere e lapidati. Coloro che passavano sul luogo dell’eccidio, racconta ancora Erodoto, animali o uomini, “diventavano rattrappiti, storpi o paralitici”.
Gli Etruschi mandarono allora a interrogare l’oracolo di Delfi, il quale ordinò loro di celebrare sacrifici e di tenere ogni anno giochi per placare le anime dei Focesi massacrati.
Il successivo clamoroso episodio della lotta per il predominio del Mediterraneo di verificò agli inizi del V secolo a.C. nel 480 a.C. quando i Greci di Sicilia, accettando la supremazia dei Siracusani, affrontarono a Imera i Cartaginesi sbarcati in forze nell’isola sotto la guida di Amilcare. La sconfitta dei Cartaginesi fu un colpo anche per gli etruschi, benché non avessero partecipato direttamente al conflitto. Qualche anno dopo, nel 474 a.C., essi dovettero affrontare Cuma, ribelle al loro predominio in Campania, e il tiranno siracusano Gerone, da Cuma chiamato in soccorso. Furono sconfitti in una memorabile battaglia navale, che segnò l’inizio del declino della loro potenza sul mare. I Greci cominciarono ad assalire e saccheggiare le località etrusche della costa tirrenica, creando così un calo delle attività produttive degli Etruschi, che non potevano fare più affidamento sull’esportazione.
Anche sull’Adriatico gli Etruschi avevano cercato di espandersi. Tappe fondamentali la fondazione di Marzabotto, una sorta di stazione intermedia in Emilia sul percorso verso il delta del Po, e di Spina, sul mare. Spina era un emporio molto vivace, frequentato dagli Ateniesi, fino al IV secolo a.C., quando la presenza di questi sull’Adriatico cominciò ad essere contrastata e alla fine soppiantata dai Siracusani. Incidentalmente, era da questi mercati adriatici che transitava l’ambra, la resina giallastra reperibile sul Baltico, usata in gioielleria, per la quale donne, ma anche uomini, andavano matti. Ragioni economiche più che mire espansionistiche spiegano dunque il dilatarsi della presenza etrusca a nord e a sud della penisola.
Nel corso del V secolo a.C. due gravi pericoli si affacciarono ai due estremi del mondo etrusco: a nord, la pressione delle tribù celtiche penetrate da tempo in Italia attraverso le Alpi; a sud, l’incipiente espansionismo di Roma la quale, scaduta la tregua del 474 a.C., riprese con determinazione la guerra contro Veio.
Nel 396 a.C. Veio venne conquistata e distrutta, mentre il suo territorio fu incorporato nello Stato romano. Nello stesso anno della caduta di Veio, le fonti storiche parlano di occupazione da parte dei Galli della prima città dell’Etruria padana: una non meglio precisata Melpum che alcuni pensano di localizzare nei pressi di Milano o persino di identificare con essa.
Nell’Etruria meridionale, intanto, due fatti nuovi vennero a caratterizzare il IV secolo a.C. Da una parte ci fu la progressiva emarginazione di Cere che, sia pure pacificamente, finì col soccombere all’alleata Roma, alla quale cedette il suo antico ruolo. Da un’altra parte, ci fu invece il ritorno di Tarquinia, la quale grazie ad una accorta politica di sfruttamento delle risorse agricole del suo territorio, riuscì a superare la crisi che l’aveva lungamente abbattuta e a rifiorire, con ricchezza e potenza.
Ma l’accresciuta potenza e la sua stessa posizione geografica, portarono Tarquinia ad una situazione di antagonismo con Roma, che portò alla guerra scoppiata nel 358 a.C. e che si concluse nel 351 a.C. senza vincitori né vinti, ma con una tregua quarantennale.
Intanto sul fronte settentrionale finiva l’Etruria padana: nella seconda metà del IV secolo infatti l’onda celtica travolse tutti i centri etruschi della regione, compreso quello più importante di Felsina (Bologna), occupata dai Galli. Alla fine del IV secolo a.C. gli etruschi erano ormai ridotti entro i confini originari, peraltro già intaccati a sud dall’espansione romana.
Nel 311 a.C. si riaccese la guerra contro Roma. Ancora una volta l’iniziativa dovette essere degli Etruschi, ma protagoniste dello scontro furono ora le città centro-settentrionali, con a capo Volsini affiancata da Vulci, Arezzo, Cortona, Perugia e Tarquinia, svincolatasi dalla tregua appena scaduta. Nel 308 a.C. Tarquinia rinnovò la tregua, mentre Cortona, Arezzo e Perugia si arresero accettando condizioni umilianti.
L’anno 302 a.C. la guerra etrusco-romana, non ancora definitivamente conclusa, tornò a riaccendersi, per protrarsi, con una serie pressoché ininterrotta di campagne annuali, fino al 280 a.C.: i Romani quasi sempre all’attacco, gli Etruschi costretti alla difensiva e a rinchiudersi spesso nelle loro città fortificate.
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